giovedì 24 dicembre 2009
Tronisti e...troisti
Ma andiamo avanti, svolta, gira, torna indietro, alla fine riuscirono a parcheggiare spostando un cartello che indicava lavori in corso. Roba da pazzi scatenati pensò Marta D'Ambrosio! Sistemato il cartello, si incamminarono verso la meta. Durante il tragitto, trovarono un ragazzo vestito oversize e borsa militare a tracolla con annesse spillette punk! La ragazza alla guida, che sfoggiava un elegante tacco 10, non sapendo esattamente dove si trovasse il "presunto ristorante", chiese indicazioni al ragazzotto, che con faccia disgustata rispose "io non conosco". Ovviamente, questa era la risposta di cortesia, quella che gli apparve a caratteri cubitali sopra la testa era un'altra: " Ma mi hai visto bene? che cazzo mi chiedi babbiona". Ovviamente, Il tipo, dopo la rapida risposta, fuggì come se fossimo appestate (sinceramente aveva ragione). La D'Ambrosio con vergogna voleva quasi mostrare la maglietta raffigurante la stampa di Johnny Cash, della serie "io sono qui per caso". Arrivate a destinazione, si ritrovarono davanti le altre due: Genoveffa e Anastasia, che aspettavano ansiose, davanti al mitico "Mocio" locale di pseudo "tendenza fetente", dove veniva servita cena in compagnia delle "splendide voci" di due "troisti"...hem.."tronisti". I tronisti, per chi non lo sapesse, sono dei fancazzisti che fanno parte di un noto e "acculturato" programma della santa "De Filippi". Il loro ruolo all'interno della trasmissione, è meno utile di quello del mobilio da arredo. Insomma, si prospettava un seratone! le doti canore di questi due individui, avranno senz'altro fatto rigirare nella tomba il De Andrè e provocato un infarto alla Mazzini!
La serata, prese subito la piega prevista dalla D'Ambrosio: un dei tronisti-cantanti, chiese alla Simona Capaci quale fosse la sua canzone preferita, così tanto per fare una dedica. La risposta fu eloquente: "Almeno quando mangio, sarebbe meglio se stai zitto". Il tipo, fingendosi dispiaciuto rispose che anche lui ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma d'altronde...si sa, gli impegni di lavoro e la notorietà, impongono professionalità nel mantenere gli impegni contrattuali!
Ma il bello deve venire, finita la cena, la D'Ambrosio sbirciò l'orologio... panico! "le undiciemezza?? no dico leundiciemezzaaaaaaa?!?!!!...cazzo non è possibile e ora?". Il tempo di realizzare e il locale iniziò a riempirsi di vere e proprie "battone da cento". " E poi si lamentano perchè le violentano" pensò la D'Ambrosio, che nonostante i silenzi, era senz'altro la più velenosa! Tanto per far capire la situazione, le scene all'interno del locale furono le seguenti: donne con micro-vestiti...praticamente, nude, stivali in pelle lucida tacco venti e struscio generale a ritmo di frenetiche danze ai piedi di tutti gli uomini presenti nel bordello..hem locale. Le tipe in questione, avvinte come l'edera americana, ancheggiavano con disinvoltura a ritmo di pessima musica latina. Con la stessa destrezza di un giocoliere, eseguivano contorte acrobazie cercqndo di mantenere un "fighissimo long drink" dai colori varipinti. Sarebbe stato interessante carpire i loro dialoghi...anzi, forse è stato meglio non sentire un cazzo di niente. In certi luoghi le conversazioni sono prevedibili, scontate e...terrificanti: potresti persino avvicinarti a qualcuno e dire: " Ciao, mi chiamo Fabrizio, lo sai che sembri una zoccola con quel vestito? dove l'hai comprato?", "Davvero, che carino che sei Fabrizio, l'ho preso giusto oggi, mi hanno pure fatto lo sconto...e poi sai, ho preso pure il foulard da abbinare e bla...bla...", oppure, "Ciao mi chiamo Fabrizio, oggi ho perso il lavoro, la mia ragazza mi ha lasciato e sinceramente non so come pagare il mutuo", "Ma che dolce, io mi chiamo Patrizia, sinceramente qui c'è un bel movimento, ma dopo vieni alla festa di Cavalli?....eddai vieni, non fare il musone". Marta D'ambrosio era come se le sentisse davvero quelle parole. Per pochi secondi, le comparve un sorriso amaro che subito scacciò via. Si guardò di nuovo intorno e con una punta d'orgoglio sorrise fiera e pensò: " Posso stare in tutti i luoghi più disparati, ma io, rimango sempre la stessa, il non apprezzare questo luogo e queste persone, dimostra che io non sono così". E sinceramente, quella, era l'unica cosa che in quel momento aveva valore.
lunedì 19 ottobre 2009
Riviera!
Quella bella zona che sembra in “Stand By”
Avvenne che due anni fa due mie carissime amiche, persone che chiamare adorabili o speciali è solo sminuirle, mi invitarono a passare un sabato con loro in quel della Riviera Romagnola…L’ultima volta che bazzicai quelle zone risaliva a ben nove anni prima: in teoria molto, in pratica una vita; perché certe cose, certi ricordi e certi luoghi sono come l’età dei gatti: quando dici un’anno ne sono passati 7. E così accettai: la compagnia delle mie amiche è sempre stata superba e il mar Adriatico con tutto il suo corollario di Riviera non lo vedevo da un po’…L’Adriatico che non conosce mezze misure: o è bello e basta o sembra una gigantesca zuppiera colma di insalata. Partii una mattina, una mattina della mia ultima settimana di ferie e qui bisogna che chiarisca una cosa: io sono uno dei più grandi sofferenti di quel “Greatest hits” di malinconie che da poco tempo ha preso il nome di “Stress da rientro”. Ci soffrivo da bambino, ci ho sofferto da adolescente e ci soffro ora che sono overtrenta. Che vuoi mai? A me stare a casa piace e pare sia un problema. Dicevo? Ah sì: sveglia di buon’ora per andare a Piacenza e prendere il treno col cielo che aveva fatto un bel “copia/incolla” del mio stato d’animo: grigio, triste e che minacciava tutt’al più di peggiorare. Eccomi sull’Intercity in una mattina d’estate abilmente camuffata d’autunno e via, verso la riviera totalmente raggomitolato sul sedile, causa aria condizionata al chiodo. Ore 10 o giù di lì voilà: Rimini, il sole e la riviera e subito eccomi in modalità “sirenetto dei poveri, dei derelitti e degli sconfortati” per lanciarmi nelle salmastre acque adriatiche dopo una vita e mezzo di tempo. Purtroppo la cosa morì presto: la fantozziana nuvola dell’impiegato era niente in confronto, quella perturbazione che speravo di aver seminato grazie alla velocità dell’Intercity riuscì a raggiungermi e pure a sfogarsi ben bene, iniziando a buttare sui bagnanti un megadiluvio formato famiglia e facendo diventare tutto grigio, sembrava di essere in un film in bianco e nero cavolo. Se in Riviera non puoi rosolare al sole a mò di braciolina sulla piastra cosa fai? Semplice: ti fai un giro, e lì ti accorgi che un detto classico per la Riviera Romagnola calza a pennello: “…Eppur si muove…” Sì perché a me piacciono e molto le cose che restan sempre quelle lì, mi danno un non so che di sicurezza. Non so se capite. Il fatto è che dopo tanto tempo giro per i classici negozietti da turista della Riviera e nonostante le docce ad energia solare nei bagni e altre cose Hi-Tech che prima non c’erano l’essenza, il cuore, il classico del “Riviera Style” resta quello e non cambia: i negozietti con le loro magliettine dalle frasi stupide o plagianti marchi celebri, le tette antistress, le statuine che se gli tiri su la gonna al frate esce fuori…Esce fuori. Tutto questo, come sempre, uguale negli anni. I risciò a noleggio sempre uguali, le famiglie di tedeschi ormai di casa da decenni che finalmente hanno smesso di presentarsi con lo slippino e i calzini bianchi in spiaggia, i vù cumprà carichi di carabattole che girano per la spiaggia e non mollano manco se dovessero piovere lavatrici, la movida senza orari del vacanziero: così diversa da quelle di città, dove il poco tempo per il divertimento (causa lavoro e impegni vari) la fanno vivere con un’ansia quasi isterica, i bomboloni caldi e le discoteche: quelle che non hanno bisogno di cambiare aspetto ma solo di tenersi aggiornata ai tormentoni musicali del momento. Una volta qualcuno, per parlar male, diceva che da noi su certi aspetti sociali poteva valere il concetto che “tutto cambia affinchè niente cambi”…La Riviera ne è l’esempio in positivo con quella sensazione che ti lascia quando la visiti, come se si muovesse lentamente persa in una sorta di dolce Stand By, con la sua Riccione piena di vita, la quieta Bellaria e la Cesentaico conosciuta a memoria grazie ad “Acapulco prima spiaggia a sinistra” di Gigi e Andrea. E’ stato un vero piacere rivederti Riviera Romagnola, col tuo Squaqquerone sciolto nelle piadine e i bagnini che si chiamano ancora Athos o Loris, non so quando e se ritornerò a trovarti ma una cosa è certa: ti rivedrò in “Stand By” e non mi sembrerai, quindi, cambiata neanche un po’.
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lunedì 12 ottobre 2009
L'ozio è indispensabile
E se un girno, resta uno spazio vuoto, non abbiate paura a rimanere da soli, godetevi l'ozio è solo così che imparerete ad essere sereni. Io ci provo e sinceramente ne vale la pena!
domenica 11 ottobre 2009
Fitness best innovation
Poi a rotazione, lezioni di un ora:
Postural, Pilates for dance, Power yoga, Pilates routine, Yoga Pilates.
Ammetto che dopo 6 ore ha cominciato ad annebbiarsi la vista. Però sono contenta, i miei nuovi colleghi sono persone veramente in gamba e alla mano. Tornata a casa, stavo bene più che stanca mi sento rigenerata, però... domani nn andrò a correre..e nemmeno farò yoga, fino a mercoledì niente palestra!! Non voglio vedere nemmeno una tuta! A tutto relax...riuscirò? Penso proprio di si, voglio dedicarmi alla ricerca della nuova casa. Domani vado a vederne tre anzi trè, voglio fare la milanese!
Un saluto a tutti!
venerdì 9 ottobre 2009
Senza parole!
mercoledì 7 ottobre 2009
Lodo Alfano
Sono veramente inorridita da quest'individuo così mellifluo e arrogante. Mi rendo conto che di fronte a certe situazioni, si possa solo esprimere tutta la disapprovazione possibile e quindi, essendo l'unica fonte di sfogo, scriverò queste due righe: Caro Silvino, intanto, in virtù del fatto che la legge è e DEVE essere uguale per tutti, ribeccati l'apertura dei due processi Mills e Mediaset, in più, spero che tu possa sborsare al più presto i 750 MILIONI e infine, augurandoti che i bollori provocati dal sangue salito repentinamente al cervello, non sciolga la quantità inimagginabile di cerone che ogni giorno copre il tuo (a mio avviso) brutto ghigno, porgo i miei "peggiori" saluti!
P:S per quanto riguarda le mansioni del governo, trovo giusto che tu e "compagni", ops, mi consenta l'errore, che lei insieme a tutta la maggioranza porti a termine gli impegni presi, illuminandoci nel nostro tortuoso cammino!
martedì 6 ottobre 2009
Attendere prego!
sabato 3 ottobre 2009
Esprimersi
venerdì 2 ottobre 2009
Ognuno il suo! (ruolo)
Però, vista la mia repulsione verso costumi poco decorosi, Vi invito nel diffidare da certi ambienti in cui "signorine" so tutto io, si atteggiano a parlare di toni muscolari, agghindate come "escort" dell'ultimo generazione. Ahhhhh...che bella questa parola "escort"! Finalmente un modo "chic" per descrivere certe individue. Si perchè quel "tipo di individue", non sono nemmeno in grado di capire il significato di questa parola che, a dire il vero, nemmeno io avevo capito visto che fino a ieri, si usava un altro termine. Ma d'altronde, perchè usare parole tanto pesanti per descrivere atteggiamenti ormai diventati all'ordine del giorno!! Comunque sono certa che tante "aspiranti veline" lo prenderebbero come un complimento! intendetemi, non ho mai avuto a che fare con persone cattive o disoneste infatti, è per questa ragione che mi sento anche un pò in colpa a sparare così a raffica...ma è più forte di me, io credo che ognuno debba rispecchiare il suo ruolo: manager e banchieri con giacca e cravatta, commessi con abiti venduti nel negozio, proprietari di associazioni sportive in tuta e le prostitute con mini gonne, tacchi a spillo e scolli senza reggiseni da lasciare poco spazio all'immaginazione. D'altronde, riuscite ad immaginare una prostituta con un tailleur e foulard di Hermès...hem oddio, di questi tempi creo confusione, riformulo la domanda: "D'altronde riuscite ad immaginare una donna che "batte sul marciapiede" in tailleur"?
A buon intenditor...meditate gente!
giovedì 1 ottobre 2009
Buona lettura!
Proviamo a dire no?
Centro Sociale oKKupato e autogestito, luogo vecchio rimesso in piedi in qualche modo: sit in di protesta e dibattiti su brutte faccende oltreconfine (che sennò non è No Global), poca luce e musica dal vivo. Un cuba libre equo e solidale 2 euro. Superdiscoteca chic, il punto finale della movida “IN”: tre piste enormi con vocalist urlanti: “su la manoooo” e DJ’s che sparano tormnentoni a raffica, in una pista gli attuali, nell’altra pista quelli storici (migliori e più duraturi degli attuali) tutto contornato da cubiste “donna oggetto”. Terza pista? Latino americano per machi sculettanti con la camicia al quinto bottone. Un Gin Tonic solitamente annacquato? 10 euro ma magari vedi 20 secondi la gnocca del reality o il tronista palastrato dal Q.I. pari a quello di una mosca. Bar di zona: di quelli davvero “al passo” che funge per chi ci vive accanto da punto di ritrovo e per chi passa di lì da tappa: colori tenui, luci al punto giusto, bancone strafarcito di tartine per l’ora dell’aperitivo e maxischermo per le parttite su SKY. Un Vodka Lemon con la Vodka che piace a tutti e la dose minima per definirlo “ben fatto”? 5 euro. Ora la domanda è: cosa accomuna un vecchio capannone odorante di polvere adibito a Centro Sociale, una discoteca “Cafon Chic” (ma vale anche per le discoteche rock) e un bar in stile moderno, di quelli che fanno le 2 di notte al week end? Teoricamente ben poco: clientela differente e ancor più differenti “proposte per la serata” ma una cosa in comune c’è: dal mio punto di vista inutile ma che a quanto pare “Fa tendenza” e quando una cosa rientra in quell’ottica lì, vai a capire com’è, la adottano proprio tutti. A prescinderne dall’utilità. Parlo della sciocca mania delle due cannucce nei drinks. Mi chiedo: che ci sia un’epidemia “King Size” di mononucleosi o una sorta di Eczema più invisibile di un “Stealth” ai radar? Non credo, vabbeh che i giornali non dicono più tutto ma fino a questo punto ne dubito. Grazie al cielo non vedo nemmeno scene con copiette alle prese con un drink e due cannucce stile “Lilly e il Vagabondo” nella celebre scena degli spaghetti e quindi la doppia cannuccia a che serve? In teoria con uno bevi e con l’altra mesci, scusate ma a far le due cose con una cannuccia sola no? Ci sono così tanti impediti in giro a piede libero? Mi rifiuto di pensarci. Categoricamente. E allora facciamo due conti tornando ai tre tipi di locali che ho menzionato all’inizio, e facciamo questi conti augurando a tutti e tre i luoghi d’aggregazione un pienone di gente da paura, sapete cosa succede? Che a conti fatti le cannucce nei cestini sono migliaia, più magari i bicchieri: in plastica pure loro, tanto da non lavarli, non farseli fregare o tirarli sullo zigomo di qualche rompiballe e a questo punto mi sovviene ciò che disse Grillo, presente chi è? Quel comico genovese che da un bel po’ dice cose che fan tutt’altro che ridere, ma che ci fan leva il tempo dello show, tanto perché abbiamo pagato il biglietto. Beh quando fu per l’ultima volta sulla RAI, nel lontano 1993, per poi essere risilurato per sempre raccontò la storia dello “spazzolino da denti”, che noi lo buttiamo via intero (e gli svizzeri solo il lato setole perché ce l’hanno smontabile e Made in Italy) e migliaia di spazzolini, fatti in plastica e quindi derivati dal petrolio, sono già una petroliera mediopiccola e quando il PVC viene incenerito a 650° gradi reagisce e crea la Diossina che, come disse Grillo, non è una bestemmia ma un gas: che vola nell’aria, ricade in acqua quando piove e finisce che tu vai al ristorante, spendi 50 euro per un branzino e ti mangi il tuo cazzo di spazzolino. Provate a pensare quanta plastica in più ora viene bruciata con quest’altra mania “di tendenza” e quindi quanta Diossina finisce nell’aria, perché starare certi sistemi di controllo, vi garantisco, che è facile e la Diossnina, Seveso insegna, non è che faccia granchè bene. Cosa fare quindi? Boicottare i locali che perseguono questa politica? Giammai, portarsi la cannuccia personalizzata e telescopica da casa? No eh? Non creiamo inutili Status Symbol più del lecito (Lapo se te lo leggono ‘sto coso non provarci, l’idea è mia!) ma credo che qualcosina possiamo fare nel nostro infinitesimale piccolo di persone, tanto da far sì di inquinare un po’ meno dove si possa evitare e divertirci tanto uguale: basta una frase, una sola e semplice frase da dire ogni volta che siamo appesi a mò di Koala al bancone del locale prescelto e cioè, oltre a dire ciò che vogliamo bere, aggiungiamo da ora in poi la postilla che farà la differenza: “Mettici dentro una sola cannucciaaaaaaa!!!!!”
Per la serie: cerco di evitare i danni e se il Pianeta non sarà più pulito almeno la mia coscienza, e il mio piccolo “lato verde” (che tutti dobbiamo coltivarci un po’) quelli sì che brilleranno
Secondo racconto:
Saremo io e te (viaggio immagignifico)
La piccola città dorme il sonno isterico del dopopartita domenicale,
dalle finestre non filtra più luce e domani inizierà un’altra settimana di duro lavoro, menate, falsi svaghi e conti che fanno sempre più fatica a tornare.
Piove sulla piccola città: grandi gocce gelide e chiassose, sputate da un cielo d’ardesia rimbalzano a terra per infrangersi in piccoli aghi d’acqua autunnale.
La stazione della piccola città è un malato in coma vigile: sterili luci al neon illuminano la piccolissima vita che la popola: militari in arrivo dalla licenza con già la divisa addosso, senegalesi coi loro grossi borsoni che odorano di speranza, rivalsa e vite al limite, che ci fanno sentire piccoli, sbirri di pattuglia dal passo stanco e lo sguardo fisso sul marciapiede.
La sala d’attesa è a malapena tiepida, la pioggia scrosciante sulla tettoia è ormai una lunga e intensa rullata di tamburo, intervallata da treni superveloci dal rumore di respiro affannoso e dal lento passare di convogli merci dal ritmico battito simile ad un cuore di ferro e legno.
E’ lì che saremo io e te: abbracciati forte per rendere il tepore della sala d’attesa più nostro, in attesa di staccare la spina per un po’ lasciandoci alle spalle sacrifici e tran tran.
Una sigaretta assieme ogni tanto e la pioggia che cerca di fotterci, ma pronti rientreremo felici nel nostro rifugio.
Saremo io e te: gli occhi negli occhi e mille luci di gioia eccitata in essi, un gomitolo di braccia e gambe su sedili in freddo metallo, velluto e pelle nera a far da barriera ai nostri cuori, che comunque battono in sincrono per la gioia.
La voce robotica e impostata rompe i rumori, la pioggia e i respiri: il convoglio che ci porta via arriva lento e imperioso, i passi rimbombano nel corridoio sotterraneo, salite le logore scale ecco il treno della notte: l’ultimo, che odora di vera evasione, che accoglie chi scappa dalla città prima che il caos di tutti i giorni la faccia come sempre da padrone.
Saremo io e te appoggiati al bar del convoglio, un cappuccino caldo per toglierci di dosso l’umido di questa domenica piovosa prima di crollare in un sonno d’abbracci, le nostre gambe avvinghiate sotto alla spessa coperta in lana scozzese del nostro vagone letto, e che il lento sussulto del treno in partenza dia l’inizio al nostro lieto dormire….
L’immensa metropoli si sveglia sotto un sole autunnale, pallido a vedersi ma pieno d’energia come un bambino convalescente e la vita inizia a scandire i suoi ritmi come ogni giorno.
La stazione dell’immensa metropoli è un’affascinante ibrido di tecnologia innestata in un corpo secolare fatto di marmi immensi, finsetroni irraggiungibili, tubi in ferro come vene grige e volte gigantesche. Decine e decine di binari, dritti come soldati, al suo cospetto.
Il treno ha macinato chilometri e notte allo stesso tempo per giungervi a pari passo col nascere del giorno.
E’ lì che saremo io e te: le membra riposate da un sonno fatto di comodità e amore, un bacio assonnato per ricordarci di quanto siamo felici e in un attimo via! Pronti a scendere e far nostra, con garbo e curiosità, la grande metropoli.
La gioia ci rende quindicenni e il tenersi stupidamente la mano appare una normalità. Saremo io e te, travolti dalla viva corrente fatta di turisti, ferrovieri, guardie, pendolari e curiosi, pronti a buttarci in una metropoli viva, grande, lontana ed europea, per goderci ogni suo anfratto, ogni sua piazza, ogni suo evento. Io e te: lontani dal provincialismo, dall’ignoranza e dalle stupidità della nostra terra, bella come poche e come poche martoriata e offesa dai suoi stessi abitanti.
Ci sarà il triste tempo del ritorno ma ora, per magia, appare lontano e non ci vogliamo pensare.
lunedì 28 settembre 2009
Margaret Mazzantini
Questo romanzo, ha per oggetto molte tematiche: una bellissima storia d'amore, il desiderio di maternità, l'amore incondizionato di una figlia verso i genitori, il senso di colpa nei confronti di un marito mai amato, l'accettazione e la comprensione di chi vive nell'ombra di un altro, la disperazione e la consapevolezza per un amore che non finirà mai. Mi chiedo, ma la Mazzantini come fa a scrivere queste cose? A volte mi viene il dubbio che ci sia qualcosa di autobiografico perchè la mente umana, non può arrivare a tanto...e se così non fosse, faccio un altra domanda:
"Quando ci renderemo conto che la Mazzantini è la migliore scrittrice italiana?"
P.s Se per caso...un giorno, la Sig. Margaret Mazzantini passasse di qui:
"Bacio mani e mi stendo "fantozzianamente" a teppeto ringraziandola di cuore, per le indescrivibili emozioni che riesce a trasmettermi"
domenica 20 settembre 2009
Prato: "La città del tessile"
...L'ho sempre odiata, la città in cui vivo. Non ho mai messo nero su bianco quello che realmente penso. Ho deciso di farlo, magari riesco a chiarire le mie idee a riguardo.
Prato è una piccola città industriale. A dire il vero non è poi così piccola perchè la provincia conta circa 280.000 abitanti (esclusi i cinesi clandestini!). Diciamo che l'area è poco estesa, se la si osserva su una mappa, la sua forma ricorda una piccola "U" ed è perfettamente incastrata come un pezzetto di "Tetris" in quel di Pistoia e Firenze: dove finisce la periferia di Prato inizia quella di Firenze, non ci sono aree vuote a dividerne i confini, a differenza invece di Pistoia che è un pochino più distante con linee di confine più ampie. Insomma, in modo più empirico e tanto per facilitarne l'ubicazione, ci troviamo 10 Km a nord di Firenze e 18 Km a sud di Pistoia.
Una delle più grandi sofferenze dei cittadini pratesi è sempre stata la vicinanza con la bella Firenze. I Pratesi sono e si sono sempre sentiti "succubi" della "Città bella"...ma non l'ammetteranno mai! "E' un popolo orgoglioso" e limitato di cervello...aggiungo! A Prato si è sempre pensato solo al lavoro. Il massimo sviluppo industriale è avvenuto intorno gli anni 80. Ovunque c'erano fabbriche e piccole imprese artigiane: "a tutti gli usci", come si dice da noi. La gente lavorava sotto casa, in piccoli magazzini o addirittura garage. Mentre Firenze si faceva forte di ospitare sfilate ed eventi modaioli, a Prato si doveva studiare quale accidenti di colori o di tessuti si poteva proporre agli stilisti. Prato è sempre stata famosa per il tessile: piccole fabbriche sono diventati grandi lanifici, dove i grandi stilisti, ancora oggi acquistano stoffe pregiate per le loro collezioni, . Attorno a questa realtà se ne sono sviluppate altre: quindi non solo industrie laniere, ma anche tante confezioni che producono"capi tagliati".
Devo ammettere che i Pratesi sono stati geniali oltre che grandi lavoratori: hanno inventato il "rigenerato":
Si compravano enormi container di stracci e abiti usati dall'America, venivano divisi per colore, poi venivano tolti i materiali di scarto, come le fodere dei vestiti e quello che rimaneva veniva stracciato e trasformato in materia prima, balle di lana per intendersi. Ho tanti ricordi di quel periodo: tutti erano "cenciaioli": famiglie intere a dividere per colore e stracciare. Da piccola mio babbo mi portava dal suo amico Giancarlo, si partiva in vespa, mi ricordo che c'erano un sacco di "campi" prima di arrivare. Non so dove sia questo posto, salivamo lungo delle scale di ferro, attraversavamo una porta, dove c'era una grossa tenda " spartana" e dietro un vecchio magazzino con il soffitto a travi e li c'era Giancarlo un "omone" con gli occhi azzurri seduto su una seggiolina che divideva con una velocità impressionante milioni di stracci: balle di yuta aperti, e mucchietti di stracci di ogni tipo di colore. Io penso che l'errore dei pratesi sia stato quello di rinnegare le proprie origini e di scimmiotare realtà che non appartengono a questa città. Forse è per questo l'aria che si respira è quella di un provincialismo borghese che non porta a nessuna evoluzione. Riuscire a rimanere se stessi è una delle cose più belle. Purtroppo è il male di chi "ha fatto i soldi" troppo in fretta: si cerca di mascherare con l'apparenza l'essenza di noi stessi. Non tutti, ma buona parte dei pratesi credono che l'essenziale sia avere un SUV sotto il culo, abiti firmati, andare a "fare l'aperitivo" per apparire "gente di mondo".
Ed ecco che spuntano fuori le peggio cose! Faccio alcuni esempi di frasi termini che ho sentito uscire da "sciure pratesi":
"Eh...si Firenze è una citta MULTITECNICA" anzichè multi etnica.
" Si ho visto le tizie ieri "in Prato" LA SONO andate a fare l'aperitivo"
" La strada ad un certo punto LA SALISCE, poi tu trovi UN SEMAFERO..."
E questo è solo un assaggio di quello che si può ascoltare. ma il bello è che certi termini, escono dalle bocche di gente che va a teatro, che si vanta di leggere libri "impegnati", insomma un bel quadretto.
Ovviamente, i fiorentini, si sono sempre fatti beffa di tutto questo affibbiando al pratese il marchio di "contadino"! E questa cosa i pratesi ce l'hanno sul gozzo, per questo si sono battuti per diventare provincia ed essere finalmente indipendenti. Si sa, a Prato ci sono sempre stati i soldi e prima di essere provincia, Firenze ha goduto e non poco dei grandi benefici monetari.
Sarò sincera, io sarei voluta rimanere sotto Firenze perchè non mi sono mai trovata più di tanto con la mentalità del pratese. Ma a parte quello che posso pensare, è giusto non "ragionare per partito preso", i pratesi sono dei "grandi vocioni", un po' beceri, ma in fondo sono brava gente, ospitali, lo dimostrano i grandi flussi migratori che fin dagli anni 60 sono stati un fenomeno i continua crescita, tantissime persone del sud si sono trasferite per lavoro. Per non parlare che ad oggi ci sono tantissme etnie. Ci sono tante di quelle realtà che solo in una città grande si possono vedere. Una parentesi la apro per la comunità cinese, una delle più grandi d'europa.
Io credo sia bella una società multi etnica, però deve essere gestita a modo. A mio avviso nessuno ha saputo gestire bene la situazione infatti, si è creato un clima d'intolleranza, situazione che non si era mai verificata. Finisco qui il mio discorso, per non cadere sulla politica.. . Io voglio solo raccontare storie di vita quotidiana!
venerdì 18 settembre 2009
Il Marcovaldo del terzo millennio
A voi il racconto:
ILA MARCOVALDO DEL TERZO MILLENNIO
Quando facevo le scuole medie (si parla già, ahimè, di seconda metà degli anni ’80) nelle ore di lettere era compresa, solitamente di sabato, la cosiddetta “ora di narrativa” dove tutti si comprava lo stesso libro e la prof ce lo leggeva e così capitava che il libro ti prendesse così tanto da andare avanti da solo a leggere. Alle medie mi capitò con due libri su tre, e il primo fu Marcovaldo di Italo Calvino e capì da lì che amavo leggere anche i libri oltre che i fumetti.Le novelle contenute in quel libro erano semplici ma, come per Pinocchio, se lo si legge a 11 anni si capisce una cosa, se lo si rilegge a 30 se ne capisce un’altra: la vera faccia che, ovvio, un bambino mica può capire. Ma chi era Marcovaldo? Era un emigrante arrivato nella “Grande Città” che non menzionano mai: può essere Milano ma molto probabilmente era Torino durante il cosiddetto “Boom econimico” (il libro è del 1963), fa il manovale presso una ditta di fantasia, ha sei figli tutti tra l’età prescolare e quella scolare (nessun lavoratore oltre lui in casa), una moglie casalinga e non riesce mai a mettere via un soldo. Da quel che si capisce nel libro Marcovaldo non ha vita sociale: niente amici, non stringe oltremodo coi colleghi, è un’ingenuo che cerca sempre sprazzi di natura tra lo smog e il cemento scoprendosi ogni volta deluso dal lato ostile e artificioso della poca natura della Metropoli, totalmente dissimile dalla visione genuina e fin troppo bucolica che ha di quest’ultima nella sua mente. Marcovaldo nonostante il periodo cosiddetto di “Boom” è perennemente al verde: otto bocche da sfamare, l’affitto e le bollette non gli lasciano nemmeno il sogno di levarsi uno sfizio, si muove in motorino o coi mezzi pubblici ed è in una casa popolare, arredata con mobilia sgangherata e dove dormono tutti nella stessa stanza. In una delle novelle Marcovaldo porta la famiglia al Supermarket e sul più bello ognuno di loro prende un carrello e se lo riempie di roba, così: tanto da provare il piacere di scegliere il prodotto migliore, di fare insomma come gli altri clienti col problema, però, che loro la merce se la potevano solo portare appresso dato che poi, al momento di pagare, non avrebbero potuto acquistare niente.Al giorno d’oggi esiste ancora un Marcovaldo? La risposta è sì, ma se prima il triste eroe di Calvino si riduceva a zero la paga per beni primari come la spesa, la scuola dei figli e l’affitto arrivando anche ai debiti ora la situazione è diversa. Anzi: diversamente uguale. Il moderno Marcovaldo vive sì in affitto o piegato da un Mutuo ma non figlia più a raffica e ha una moglie che lavora, potrebbe star meglio del suo predecessore nato dalla mente di Calvino ma non lo fa. A differenza del personaggio del libro che non veniva nemmeno colpito minimamente dalle reclame e dai dettami del consumismo l’attuale Marcovaldo c’è dentro fino al collo ed ha imparato la più triste e becera regola del mercato capitalista: mai, dico MAI, farsi vedere meno abbienti rispetto ai colleghi, ai vicini, agli amici del bar; insomma a quelli che tutto sommato sono sulla tua stessa barca.Anche il Marcovaldo di oggi ha poco in banca e alla prima emergenza seria si ritrova in un mare di merda, ma tutto perché non vuole più stare indietro con niente. Nella sua casa non mancheranno un TV LCD nuovo di pacca con abbomanento a SKY perché la partita la guardo a casa, che al bar c’è pieno di albenesi, un computer sempre aggiornato, la playstation 3 e altre stronzate Hi-tech compensate magari da un frigorifero che perde colpi e una lavatrice che c’è da aver paura a metterci dentro i panni, ma vuoi mettere la differenza? La sua macchina? Un tripudio di Optionals e cambiali di conseguenza, ovviamente di classe e cilindrata superiore di quella che può realmente permettersi e al primo guasto serio si sfiora il misticismo: nel senso che non ti resta che pregare Dio o un suo subalterno in aureola. Il nuovo Marcovaldo al Supermarket (come una delle novelle) non fà finta di fare la spesa ma la fà eccome, sputtanando quattrini in sughi pronti e cibi precotti che sono un danno al corpo e al portafogli, quando anche i bambini sanno che a farsi un sugo a casa di quelli semplici basta una bottiglia di passata al pomodoro, un minimo (ma minimo) di fantasia e 15 minuti, mica meza giornata. E così se il Marcovaldo del 1963 si ritrovava al verde per l’affitto, le bollette (nonostante luce, acqua e gas usati col massimo della parsimonia) e per le troppe bocche da sfamare quello nuovo, oltre l’affitto, si ritrova subissatto delle “piccole e comode rate” di cui si è riempito la vita per non stare indietro, per far le ferie più fighe rispetto al vicino di casa e per il nuovo videofonino con la fotocamera da 5 megapixel. Le bollette esose poi non sono solo da ricondursi a enti sempre più ladri, ma anche a luci lasciate sempre accese e 100 elettrodomestici in moto, alle caldaie a palla perché mettere un maglione in più in casa o la termica a letto fa troppo Fantozzi. Ora mi viene in mente quella cosa che girava in rete, avete presente? “Noi che…” quella roba nostalgica da cui hanno pure fatto un libro (bravo Carlo Conti: come fare altra grana sfruttando l’idea di un’altra persona) che ti fa ricordare la tua infanzia, tipo: “noi che mettevamo i panni smessi da cugini o fratelli maggiori ma non eravamo Vintage” oppure “noi che i film di Edwige Fenech li vedavamo in prima serata ma non siamo diventati maniaci” eccetera? Beh a mio avviso i moderni Marcovaldo sono stati bambini come me, sono anche loro quelli che possono giocare a “Noi che…” con la piccola, ma nemmeno tanto, differenza che loro forse si vergognano di essere stati bambini vestiti con panni smessi, il vestitino per la Messa comprato alla Upim (e pure abbondantino che poi cresci), senza cose griffate fino minimo ai 16 anni e di avere avuto genitori che hanno tentato invano di far loro imparare un minimo di economia, di quelle giusto da sopravvivenza. Se poi ci unisci un pizzico di lobotomia da spot pubblicitario, del concetto dannatamente “anni 80” dell’immagine sempre vincente e al passo coi tempi il gioco è fatto. Cari novelli Marcovaldo, dal vostro poetico predecessore di carta avreste molto da imparare, perché in fondo le cose (specie sul lavoro) non sono cambiate granchè. Siamo cambiati noi, siete cambiati voi. Si parla di crisi e di gente che non arriva a fine mese, ma se chi non arriva a fine mese non ci arrivasse per sfamare sé stesso e la sua famiglia ci sarebbe già stata una rivoluzione (voglio sperarlo, posso?) molti che non arrivano a fine mese, purtroppo va detto, è anche gente che non ha ancora capito che non stare al passo coi tempi in bellissime e fighissime cazzate non è un motivo di vergogna. Ma chissenefrega vero? I problemi sono altri. Come disse qualcuno quest’estate: “Spendete, spendete e spendete che va tutto bene” e se non potete fate segnare come i pigri al bar, che poi si ritrovano sempre un caffè o una birra che non ricordano di aver bevuto ma che la devi pagare lo stesso, perché se sei povero c’è il finanziamento a tasso zero e le piccolissime rate mensili, ma se sei povero dentro non c’è prestito che ti salva. E diventare poveri anche dentro diventa al giorno d’oggi fin troppo facile.
martedì 15 settembre 2009
Yoga

...Bloccando le proprie membra, se ne diviene consapevoli e, soprattutto, si diviene padroni dei propri movimenti, che non dipendono più dall'inconscio, ma dal sistema nervoso volontario. E nel far questo, si pongono sotto il proprio controllo spazi psichici sempre più vasti, domando sempre più la mente...
Agrigento Milano sola andata
La signora di fronte a me si sveglia, prende un fagotto con dentro un pezzo di pastiera napoletana, mi sorride e me ne offre un pezzo, accetto volentieri, divoro e butto giù "murando a secco" come si dice da noi a Firenze! La signora parla un siciliano molto stretto, capisco poco, quando non capisco le sorrido come un ebete, un po' come quando telefona la zia Concetta, solo che al telefono è più difficile perchè manca la mimica e quindi mi viene fuori quel misto fra una risatina e un "ehhh" che equivale a "non ho capito un accidenti ma va bene lo stesso". Mi racconta di suo figlio, "... e' andato al nord per cercare lavoro, adesso ha un bell'impiego" è stanca, ma sorride soddisfatta, mi chiede se ne voglio ancora ma sono sazia! L'espresso fa poche fermate, dopo Firenze si ferma a Bologna e poi direttamente a Milano. Il marito della signora è contento perchè siamo quasi arrivati. Loro sono quasi 24 ore che sono in viaggio. Guardo fuori dal finestrino, paesaggio montano: stiamo attraversando gli appennini, siamo fra la Toscana e l'Emilia. Il treno comincia a rallentare. Ci fermiamo in una stazioncina locale che non mi ricordo nemmeno il nome. Il tempo passa e intanto un bel po' di eurostar truccati da "frecciarossa" passano lasciandoci in balia dei monti. Insomma, si scende per sgranchirsi un po' e questo è un brutto segno, si discute su quali potrebbero essere "gli imprevisti tecnici" e... dopo un' abbondante ora di sosta, ovviamente senza sapere nemmeno il motivo, si riparte. Il viaggio scorre veloce e intanto penso che l'italia mi fa veramente schifo perchè il servizio decente ce l'ha solo chi paga TANTO.
Milano ci accoglie dentro la bellissima stazione dall'inconfondibile ed unico stile "Liberty e Art Deco". Scendo dal mio trenino "unico nel suo genere" e mi accorgo che siamo vicino al binario riservato alla "frecciarossa" ( che poi ripeto, la frecciarossa non esiste, sono eurostar che da verdi li hanno fatti rossi e li spingono a trecento all'ora...tanto agli italiani basta il nome). Ecco in quel momento ho provato disgusto, è brutto vedere così da vicino un dislivello così enorme. Meno male che "qualcuno" al governo si vanta di essere la settima potenza del mondo.
Dalla parte del "trenino unico nel suo genere", il mio: scatole di cartone e borse rattoppate, persone stanche, con indosso abiti modesti ed extracomunitari con enormi borse sulle spalle.
Lato frecciarossa, "velini" e "veline" scendono freschi come rose, trascinano i loro trolley, atteggiandosi in pose studiate quasi come fossero in "passerella" a sfilare. Come sono patetici e tutti uguali. Resto alcuni secondi a guardare e poi proseguo per la mia strada. Esco dalla stazione, cammino nella nebbia lasciandomi la stazione alle spalle. Forse penso troppo se pensassi meno vivrei senz'altro meglio!
il MONDO è paese!
Ma perchè le persone sono tutte uguali? Globalizzazione! Mi spaventa questa cosa, è inquietante. Lasciamo perdere l'aspetto esteriore la moda è moda e tutti bene o male ne siamo influenzati. Ma il cervello? Insomma quello mica si compra un tanto al kg come la mortadella al negozio di alimentari. Ognuno dovrebbe avere una propria capacità di ragionamento. Purtroppo non è così perchè non solo tutti fanno le stesse cose, ma sono anche convinti di essere originali e diversi da tutti gli altri. Non è la prima volta che mi ritrovo davanti persone che prendono per il culo chi frequenta posti da vetrina con il cocktail in mano e che poi inevitabilmente escono per poi andare in un locale...anzi fuori dal locale a gruppi di massimo tre persone con in mano il loro "bicchierino" a parlare... anzi a criticare il gruppetto accanto! Ma si può??? Certo che si può: anche perchè oggi giorno si socializza su "feisbuk". Il social network più famoso del mondo: quella cosa che ti permette di ritrovare gente che avevi pensato bene di mandare in culo parecchi anni fa ma che oggi desideri taaaaanto ritrovare per appiccicare la "fotina" fra i tuoi contatti. Bella messa li tanto per far numero. Anche perchè il "ritrovare" certe persone si limita in un "ti ricordi di me". Magari una cena o un caffè e poi ognuno a casa sua perchè "il mio l'ho fatto", il protocollo "feisbuk" è stato rispettato. A me personalmente non me ne frega un cazzo di ritrovare persone che non vedo più. Se durante il mio cammino ho deciso di perdere le tracce di certi individui, un motivo c'era! Dicono che i nati sotto il segno dell'acquario sono proiettati verso il futuro. Forse è per quello che "feisbuk" mi sta altamente sulle palle. E' poi è così fottutamente uguale: Le milioni di persone iscritte, si comportano tutte alla stessa maniera. Che noia! Quanto sono "out" e poco originali. E pensare che si credono alternativi. Mi fanno pena! E pensare che quattro o cinque anni fa, quando scrivevo sui vari forum discussione e mi iscrissi su myspace tanti me ne dissero di tutti i colori! E pensare che quei tanti, oggi sono a scrivere cazzate collezionando " fotine" di personaggi ormai obsoleti perduti nel tempo che fu! Scusate, ma tutto questo mi disgusta: buona parte della gente sono paragonabili ad un gregge di pecore. Basta che una prenda una direzione e via...tutto il gregge si muove in quel senso. Mi domando cosa sia quella benedetta cosa che ad un certo bel momento direzioni le persone in un unico senso. Certo, basta vedere l'abbigliamento. Se per caso in questo periodo un "cristo" avesse voglia di un paio di jeans leggermente a campana son dolori visto che sono tutti rigorosamente stretti alla caviglia. Vabbè, voglio essere buona, diciamo che le persone vanno in unico senso perchè il mondo così com'e' adesso non ti propone alternative. Hummmmm...però...se non ci sono alternative...la cosa è più grave di quello che sembra. Diabolico e geniale: far vedere solo determinate cose facendo sparire tutto il resto. Ma com'e' possibile? semplice, basta avere il controllo sull'informazione. E se poi...solo una persona possiede TUTTI i canali d'informazione...è ancora più facile. Che tristezza. Quanto vorrei che il mio più grande problema fosse quello di cosa mettermi domani o di dove andare il prossimo fine settimana oppure di come poter pagare a fine mese la rata del SUV del mega ultimo modello di televisore lcd, delle vacanze, del telefonino che ti fa pure l'espresso...ah già, ma per queste cose non c'e' più problema! Esistono delle finanziarie che ti fanno un bel finanziamento per poter pagare tutti quei bollettini! Geniale non trovate? Un bel rimedio alla tanto temuta "crisi". Sante finanziarie. Se non ci foste voi a salvare noi povera gente vittime di questi "oggetti" diventati indispensabili per poter affrontare la vita quotidiana!
Tutto questo, mi fa pensare ad un nuovo "motto": essere stupidi ti salva la vita!
