giovedì 1 ottobre 2009

Direttamente dalla "bella valle ingrata", una piccola porzione di territorio situata all'estremo nord dell'Emilia Romagna, due bellissimi racconti scritti dal mio amico "Tid". Almeno questo spazio, lo voglio utilizzare per chi veramente se lo merita, anche perchè con i tempi che corrono, le persone non piacciono per come sono dentro o per i concetti che esprimono! D'altronde, di cosa mi stupisco: un tempo si apprezzava un attore perchè riusciva ad incarnare un personaggio o una situazione in un determinato contesto, oppure un cantante per il carisma o per il periodo che rappresentava, un chitarrista per le sue doti d'improvvisazione. Oggi la maggior parte della gente se ne frega altamente di tutte queste cose, lo dimostra il fatto che tanti si divertono a guardare un branco di sbrecche e di straccali che bivaccano all'interno di casette arredate ikea o quant'altro! Vabbhè, stendiamo un velo pietoso!
Buona lettura!

Proviamo a dire no?

Centro Sociale oKKupato e autogestito, luogo vecchio rimesso in piedi in qualche modo: sit in di protesta e dibattiti su brutte faccende oltreconfine (che sennò non è No Global), poca luce e musica dal vivo. Un cuba libre equo e solidale 2 euro. Superdiscoteca chic, il punto finale della movida “IN”: tre piste enormi con vocalist urlanti: “su la manoooo” e DJ’s che sparano tormnentoni a raffica, in una pista gli attuali, nell’altra pista quelli storici (migliori e più duraturi degli attuali) tutto contornato da cubiste “donna oggetto”. Terza pista? Latino americano per machi sculettanti con la camicia al quinto bottone. Un Gin Tonic solitamente annacquato? 10 euro ma magari vedi 20 secondi la gnocca del reality o il tronista palastrato dal Q.I. pari a quello di una mosca. Bar di zona: di quelli davvero “al passo” che funge per chi ci vive accanto da punto di ritrovo e per chi passa di lì da tappa: colori tenui, luci al punto giusto, bancone strafarcito di tartine per l’ora dell’aperitivo e maxischermo per le parttite su SKY. Un Vodka Lemon con la Vodka che piace a tutti e la dose minima per definirlo “ben fatto”? 5 euro. Ora la domanda è: cosa accomuna un vecchio capannone odorante di polvere adibito a Centro Sociale, una discoteca “Cafon Chic” (ma vale anche per le discoteche rock) e un bar in stile moderno, di quelli che fanno le 2 di notte al week end? Teoricamente ben poco: clientela differente e ancor più differenti “proposte per la serata” ma una cosa in comune c’è: dal mio punto di vista inutile ma che a quanto pare “Fa tendenza” e quando una cosa rientra in quell’ottica lì, vai a capire com’è, la adottano proprio tutti. A prescinderne dall’utilità. Parlo della sciocca mania delle due cannucce nei drinks. Mi chiedo: che ci sia un’epidemia “King Size” di mononucleosi o una sorta di Eczema più invisibile di un “Stealth” ai radar? Non credo, vabbeh che i giornali non dicono più tutto ma fino a questo punto ne dubito. Grazie al cielo non vedo nemmeno scene con copiette alle prese con un drink e due cannucce stile “Lilly e il Vagabondo” nella celebre scena degli spaghetti e quindi la doppia cannuccia a che serve? In teoria con uno bevi e con l’altra mesci, scusate ma a far le due cose con una cannuccia sola no? Ci sono così tanti impediti in giro a piede libero? Mi rifiuto di pensarci. Categoricamente. E allora facciamo due conti tornando ai tre tipi di locali che ho menzionato all’inizio, e facciamo questi conti augurando a tutti e tre i luoghi d’aggregazione un pienone di gente da paura, sapete cosa succede? Che a conti fatti le cannucce nei cestini sono migliaia, più magari i bicchieri: in plastica pure loro, tanto da non lavarli, non farseli fregare o tirarli sullo zigomo di qualche rompiballe e a questo punto mi sovviene ciò che disse Grillo, presente chi è? Quel comico genovese che da un bel po’ dice cose che fan tutt’altro che ridere, ma che ci fan leva il tempo dello show, tanto perché abbiamo pagato il biglietto. Beh quando fu per l’ultima volta sulla RAI, nel lontano 1993, per poi essere risilurato per sempre raccontò la storia dello “spazzolino da denti”, che noi lo buttiamo via intero (e gli svizzeri solo il lato setole perché ce l’hanno smontabile e Made in Italy) e migliaia di spazzolini, fatti in plastica e quindi derivati dal petrolio, sono già una petroliera mediopiccola e quando il PVC viene incenerito a 650° gradi reagisce e crea la Diossina che, come disse Grillo, non è una bestemmia ma un gas: che vola nell’aria, ricade in acqua quando piove e finisce che tu vai al ristorante, spendi 50 euro per un branzino e ti mangi il tuo cazzo di spazzolino. Provate a pensare quanta plastica in più ora viene bruciata con quest’altra mania “di tendenza” e quindi quanta Diossina finisce nell’aria, perché starare certi sistemi di controllo, vi garantisco, che è facile e la Diossnina, Seveso insegna, non è che faccia granchè bene. Cosa fare quindi? Boicottare i locali che perseguono questa politica? Giammai, portarsi la cannuccia personalizzata e telescopica da casa? No eh? Non creiamo inutili Status Symbol più del lecito (Lapo se te lo leggono ‘sto coso non provarci, l’idea è mia!) ma credo che qualcosina possiamo fare nel nostro infinitesimale piccolo di persone, tanto da far sì di inquinare un po’ meno dove si possa evitare e divertirci tanto uguale: basta una frase, una sola e semplice frase da dire ogni volta che siamo appesi a mò di Koala al bancone del locale prescelto e cioè, oltre a dire ciò che vogliamo bere, aggiungiamo da ora in poi la postilla che farà la differenza: “Mettici dentro una sola cannucciaaaaaaa!!!!!”
Per la serie: cerco di evitare i danni e se il Pianeta non sarà più pulito almeno la mia coscienza, e il mio piccolo “lato verde” (che tutti dobbiamo coltivarci un po’) quelli sì che brilleranno


Secondo racconto:

Saremo io e te (viaggio immagignifico)

La piccola città dorme il sonno isterico del dopopartita domenicale,
dalle finestre non filtra più luce e domani inizierà un’altra settimana di duro lavoro, menate, falsi svaghi e conti che fanno sempre più fatica a tornare.
Piove sulla piccola città: grandi gocce gelide e chiassose, sputate da un cielo d’ardesia rimbalzano a terra per infrangersi in piccoli aghi d’acqua autunnale.
La stazione della piccola città è un malato in coma vigile: sterili luci al neon illuminano la piccolissima vita che la popola: militari in arrivo dalla licenza con già la divisa addosso, senegalesi coi loro grossi borsoni che odorano di speranza, rivalsa e vite al limite, che ci fanno sentire piccoli, sbirri di pattuglia dal passo stanco e lo sguardo fisso sul marciapiede.
La sala d’attesa è a malapena tiepida, la pioggia scrosciante sulla tettoia è ormai una lunga e intensa rullata di tamburo, intervallata da treni superveloci dal rumore di respiro affannoso e dal lento passare di convogli merci dal ritmico battito simile ad un cuore di ferro e legno.
E’ lì che saremo io e te: abbracciati forte per rendere il tepore della sala d’attesa più nostro, in attesa di staccare la spina per un po’ lasciandoci alle spalle sacrifici e tran tran.
Una sigaretta assieme ogni tanto e la pioggia che cerca di fotterci, ma pronti rientreremo felici nel nostro rifugio.
Saremo io e te: gli occhi negli occhi e mille luci di gioia eccitata in essi, un gomitolo di braccia e gambe su sedili in freddo metallo, velluto e pelle nera a far da barriera ai nostri cuori, che comunque battono in sincrono per la gioia.
La voce robotica e impostata rompe i rumori, la pioggia e i respiri: il convoglio che ci porta via arriva lento e imperioso, i passi rimbombano nel corridoio sotterraneo, salite le logore scale ecco il treno della notte: l’ultimo, che odora di vera evasione, che accoglie chi scappa dalla città prima che il caos di tutti i giorni la faccia come sempre da padrone.
Saremo io e te appoggiati al bar del convoglio, un cappuccino caldo per toglierci di dosso l’umido di questa domenica piovosa prima di crollare in un sonno d’abbracci, le nostre gambe avvinghiate sotto alla spessa coperta in lana scozzese del nostro vagone letto, e che il lento sussulto del treno in partenza dia l’inizio al nostro lieto dormire….

L’immensa metropoli si sveglia sotto un sole autunnale, pallido a vedersi ma pieno d’energia come un bambino convalescente e la vita inizia a scandire i suoi ritmi come ogni giorno.
La stazione dell’immensa metropoli è un’affascinante ibrido di tecnologia innestata in un corpo secolare fatto di marmi immensi, finsetroni irraggiungibili, tubi in ferro come vene grige e volte gigantesche. Decine e decine di binari, dritti come soldati, al suo cospetto.
Il treno ha macinato chilometri e notte allo stesso tempo per giungervi a pari passo col nascere del giorno.
E’ lì che saremo io e te: le membra riposate da un sonno fatto di comodità e amore, un bacio assonnato per ricordarci di quanto siamo felici e in un attimo via! Pronti a scendere e far nostra, con garbo e curiosità, la grande metropoli.
La gioia ci rende quindicenni e il tenersi stupidamente la mano appare una normalità. Saremo io e te, travolti dalla viva corrente fatta di turisti, ferrovieri, guardie, pendolari e curiosi, pronti a buttarci in una metropoli viva, grande, lontana ed europea, per goderci ogni suo anfratto, ogni sua piazza, ogni suo evento. Io e te: lontani dal provincialismo, dall’ignoranza e dalle stupidità della nostra terra, bella come poche e come poche martoriata e offesa dai suoi stessi abitanti.
Ci sarà il triste tempo del ritorno ma ora, per magia, appare lontano e non ci vogliamo pensare.

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