lunedì 28 settembre 2009
Margaret Mazzantini
Questo romanzo, ha per oggetto molte tematiche: una bellissima storia d'amore, il desiderio di maternità, l'amore incondizionato di una figlia verso i genitori, il senso di colpa nei confronti di un marito mai amato, l'accettazione e la comprensione di chi vive nell'ombra di un altro, la disperazione e la consapevolezza per un amore che non finirà mai. Mi chiedo, ma la Mazzantini come fa a scrivere queste cose? A volte mi viene il dubbio che ci sia qualcosa di autobiografico perchè la mente umana, non può arrivare a tanto...e se così non fosse, faccio un altra domanda:
"Quando ci renderemo conto che la Mazzantini è la migliore scrittrice italiana?"
P.s Se per caso...un giorno, la Sig. Margaret Mazzantini passasse di qui:
"Bacio mani e mi stendo "fantozzianamente" a teppeto ringraziandola di cuore, per le indescrivibili emozioni che riesce a trasmettermi"
domenica 20 settembre 2009
Prato: "La città del tessile"
...L'ho sempre odiata, la città in cui vivo. Non ho mai messo nero su bianco quello che realmente penso. Ho deciso di farlo, magari riesco a chiarire le mie idee a riguardo.
Prato è una piccola città industriale. A dire il vero non è poi così piccola perchè la provincia conta circa 280.000 abitanti (esclusi i cinesi clandestini!). Diciamo che l'area è poco estesa, se la si osserva su una mappa, la sua forma ricorda una piccola "U" ed è perfettamente incastrata come un pezzetto di "Tetris" in quel di Pistoia e Firenze: dove finisce la periferia di Prato inizia quella di Firenze, non ci sono aree vuote a dividerne i confini, a differenza invece di Pistoia che è un pochino più distante con linee di confine più ampie. Insomma, in modo più empirico e tanto per facilitarne l'ubicazione, ci troviamo 10 Km a nord di Firenze e 18 Km a sud di Pistoia.
Una delle più grandi sofferenze dei cittadini pratesi è sempre stata la vicinanza con la bella Firenze. I Pratesi sono e si sono sempre sentiti "succubi" della "Città bella"...ma non l'ammetteranno mai! "E' un popolo orgoglioso" e limitato di cervello...aggiungo! A Prato si è sempre pensato solo al lavoro. Il massimo sviluppo industriale è avvenuto intorno gli anni 80. Ovunque c'erano fabbriche e piccole imprese artigiane: "a tutti gli usci", come si dice da noi. La gente lavorava sotto casa, in piccoli magazzini o addirittura garage. Mentre Firenze si faceva forte di ospitare sfilate ed eventi modaioli, a Prato si doveva studiare quale accidenti di colori o di tessuti si poteva proporre agli stilisti. Prato è sempre stata famosa per il tessile: piccole fabbriche sono diventati grandi lanifici, dove i grandi stilisti, ancora oggi acquistano stoffe pregiate per le loro collezioni, . Attorno a questa realtà se ne sono sviluppate altre: quindi non solo industrie laniere, ma anche tante confezioni che producono"capi tagliati".
Devo ammettere che i Pratesi sono stati geniali oltre che grandi lavoratori: hanno inventato il "rigenerato":
Si compravano enormi container di stracci e abiti usati dall'America, venivano divisi per colore, poi venivano tolti i materiali di scarto, come le fodere dei vestiti e quello che rimaneva veniva stracciato e trasformato in materia prima, balle di lana per intendersi. Ho tanti ricordi di quel periodo: tutti erano "cenciaioli": famiglie intere a dividere per colore e stracciare. Da piccola mio babbo mi portava dal suo amico Giancarlo, si partiva in vespa, mi ricordo che c'erano un sacco di "campi" prima di arrivare. Non so dove sia questo posto, salivamo lungo delle scale di ferro, attraversavamo una porta, dove c'era una grossa tenda " spartana" e dietro un vecchio magazzino con il soffitto a travi e li c'era Giancarlo un "omone" con gli occhi azzurri seduto su una seggiolina che divideva con una velocità impressionante milioni di stracci: balle di yuta aperti, e mucchietti di stracci di ogni tipo di colore. Io penso che l'errore dei pratesi sia stato quello di rinnegare le proprie origini e di scimmiotare realtà che non appartengono a questa città. Forse è per questo l'aria che si respira è quella di un provincialismo borghese che non porta a nessuna evoluzione. Riuscire a rimanere se stessi è una delle cose più belle. Purtroppo è il male di chi "ha fatto i soldi" troppo in fretta: si cerca di mascherare con l'apparenza l'essenza di noi stessi. Non tutti, ma buona parte dei pratesi credono che l'essenziale sia avere un SUV sotto il culo, abiti firmati, andare a "fare l'aperitivo" per apparire "gente di mondo".
Ed ecco che spuntano fuori le peggio cose! Faccio alcuni esempi di frasi termini che ho sentito uscire da "sciure pratesi":
"Eh...si Firenze è una citta MULTITECNICA" anzichè multi etnica.
" Si ho visto le tizie ieri "in Prato" LA SONO andate a fare l'aperitivo"
" La strada ad un certo punto LA SALISCE, poi tu trovi UN SEMAFERO..."
E questo è solo un assaggio di quello che si può ascoltare. ma il bello è che certi termini, escono dalle bocche di gente che va a teatro, che si vanta di leggere libri "impegnati", insomma un bel quadretto.
Ovviamente, i fiorentini, si sono sempre fatti beffa di tutto questo affibbiando al pratese il marchio di "contadino"! E questa cosa i pratesi ce l'hanno sul gozzo, per questo si sono battuti per diventare provincia ed essere finalmente indipendenti. Si sa, a Prato ci sono sempre stati i soldi e prima di essere provincia, Firenze ha goduto e non poco dei grandi benefici monetari.
Sarò sincera, io sarei voluta rimanere sotto Firenze perchè non mi sono mai trovata più di tanto con la mentalità del pratese. Ma a parte quello che posso pensare, è giusto non "ragionare per partito preso", i pratesi sono dei "grandi vocioni", un po' beceri, ma in fondo sono brava gente, ospitali, lo dimostrano i grandi flussi migratori che fin dagli anni 60 sono stati un fenomeno i continua crescita, tantissime persone del sud si sono trasferite per lavoro. Per non parlare che ad oggi ci sono tantissme etnie. Ci sono tante di quelle realtà che solo in una città grande si possono vedere. Una parentesi la apro per la comunità cinese, una delle più grandi d'europa.
Io credo sia bella una società multi etnica, però deve essere gestita a modo. A mio avviso nessuno ha saputo gestire bene la situazione infatti, si è creato un clima d'intolleranza, situazione che non si era mai verificata. Finisco qui il mio discorso, per non cadere sulla politica.. . Io voglio solo raccontare storie di vita quotidiana!
venerdì 18 settembre 2009
Il Marcovaldo del terzo millennio
A voi il racconto:
ILA MARCOVALDO DEL TERZO MILLENNIO
Quando facevo le scuole medie (si parla già, ahimè, di seconda metà degli anni ’80) nelle ore di lettere era compresa, solitamente di sabato, la cosiddetta “ora di narrativa” dove tutti si comprava lo stesso libro e la prof ce lo leggeva e così capitava che il libro ti prendesse così tanto da andare avanti da solo a leggere. Alle medie mi capitò con due libri su tre, e il primo fu Marcovaldo di Italo Calvino e capì da lì che amavo leggere anche i libri oltre che i fumetti.Le novelle contenute in quel libro erano semplici ma, come per Pinocchio, se lo si legge a 11 anni si capisce una cosa, se lo si rilegge a 30 se ne capisce un’altra: la vera faccia che, ovvio, un bambino mica può capire. Ma chi era Marcovaldo? Era un emigrante arrivato nella “Grande Città” che non menzionano mai: può essere Milano ma molto probabilmente era Torino durante il cosiddetto “Boom econimico” (il libro è del 1963), fa il manovale presso una ditta di fantasia, ha sei figli tutti tra l’età prescolare e quella scolare (nessun lavoratore oltre lui in casa), una moglie casalinga e non riesce mai a mettere via un soldo. Da quel che si capisce nel libro Marcovaldo non ha vita sociale: niente amici, non stringe oltremodo coi colleghi, è un’ingenuo che cerca sempre sprazzi di natura tra lo smog e il cemento scoprendosi ogni volta deluso dal lato ostile e artificioso della poca natura della Metropoli, totalmente dissimile dalla visione genuina e fin troppo bucolica che ha di quest’ultima nella sua mente. Marcovaldo nonostante il periodo cosiddetto di “Boom” è perennemente al verde: otto bocche da sfamare, l’affitto e le bollette non gli lasciano nemmeno il sogno di levarsi uno sfizio, si muove in motorino o coi mezzi pubblici ed è in una casa popolare, arredata con mobilia sgangherata e dove dormono tutti nella stessa stanza. In una delle novelle Marcovaldo porta la famiglia al Supermarket e sul più bello ognuno di loro prende un carrello e se lo riempie di roba, così: tanto da provare il piacere di scegliere il prodotto migliore, di fare insomma come gli altri clienti col problema, però, che loro la merce se la potevano solo portare appresso dato che poi, al momento di pagare, non avrebbero potuto acquistare niente.Al giorno d’oggi esiste ancora un Marcovaldo? La risposta è sì, ma se prima il triste eroe di Calvino si riduceva a zero la paga per beni primari come la spesa, la scuola dei figli e l’affitto arrivando anche ai debiti ora la situazione è diversa. Anzi: diversamente uguale. Il moderno Marcovaldo vive sì in affitto o piegato da un Mutuo ma non figlia più a raffica e ha una moglie che lavora, potrebbe star meglio del suo predecessore nato dalla mente di Calvino ma non lo fa. A differenza del personaggio del libro che non veniva nemmeno colpito minimamente dalle reclame e dai dettami del consumismo l’attuale Marcovaldo c’è dentro fino al collo ed ha imparato la più triste e becera regola del mercato capitalista: mai, dico MAI, farsi vedere meno abbienti rispetto ai colleghi, ai vicini, agli amici del bar; insomma a quelli che tutto sommato sono sulla tua stessa barca.Anche il Marcovaldo di oggi ha poco in banca e alla prima emergenza seria si ritrova in un mare di merda, ma tutto perché non vuole più stare indietro con niente. Nella sua casa non mancheranno un TV LCD nuovo di pacca con abbomanento a SKY perché la partita la guardo a casa, che al bar c’è pieno di albenesi, un computer sempre aggiornato, la playstation 3 e altre stronzate Hi-tech compensate magari da un frigorifero che perde colpi e una lavatrice che c’è da aver paura a metterci dentro i panni, ma vuoi mettere la differenza? La sua macchina? Un tripudio di Optionals e cambiali di conseguenza, ovviamente di classe e cilindrata superiore di quella che può realmente permettersi e al primo guasto serio si sfiora il misticismo: nel senso che non ti resta che pregare Dio o un suo subalterno in aureola. Il nuovo Marcovaldo al Supermarket (come una delle novelle) non fà finta di fare la spesa ma la fà eccome, sputtanando quattrini in sughi pronti e cibi precotti che sono un danno al corpo e al portafogli, quando anche i bambini sanno che a farsi un sugo a casa di quelli semplici basta una bottiglia di passata al pomodoro, un minimo (ma minimo) di fantasia e 15 minuti, mica meza giornata. E così se il Marcovaldo del 1963 si ritrovava al verde per l’affitto, le bollette (nonostante luce, acqua e gas usati col massimo della parsimonia) e per le troppe bocche da sfamare quello nuovo, oltre l’affitto, si ritrova subissatto delle “piccole e comode rate” di cui si è riempito la vita per non stare indietro, per far le ferie più fighe rispetto al vicino di casa e per il nuovo videofonino con la fotocamera da 5 megapixel. Le bollette esose poi non sono solo da ricondursi a enti sempre più ladri, ma anche a luci lasciate sempre accese e 100 elettrodomestici in moto, alle caldaie a palla perché mettere un maglione in più in casa o la termica a letto fa troppo Fantozzi. Ora mi viene in mente quella cosa che girava in rete, avete presente? “Noi che…” quella roba nostalgica da cui hanno pure fatto un libro (bravo Carlo Conti: come fare altra grana sfruttando l’idea di un’altra persona) che ti fa ricordare la tua infanzia, tipo: “noi che mettevamo i panni smessi da cugini o fratelli maggiori ma non eravamo Vintage” oppure “noi che i film di Edwige Fenech li vedavamo in prima serata ma non siamo diventati maniaci” eccetera? Beh a mio avviso i moderni Marcovaldo sono stati bambini come me, sono anche loro quelli che possono giocare a “Noi che…” con la piccola, ma nemmeno tanto, differenza che loro forse si vergognano di essere stati bambini vestiti con panni smessi, il vestitino per la Messa comprato alla Upim (e pure abbondantino che poi cresci), senza cose griffate fino minimo ai 16 anni e di avere avuto genitori che hanno tentato invano di far loro imparare un minimo di economia, di quelle giusto da sopravvivenza. Se poi ci unisci un pizzico di lobotomia da spot pubblicitario, del concetto dannatamente “anni 80” dell’immagine sempre vincente e al passo coi tempi il gioco è fatto. Cari novelli Marcovaldo, dal vostro poetico predecessore di carta avreste molto da imparare, perché in fondo le cose (specie sul lavoro) non sono cambiate granchè. Siamo cambiati noi, siete cambiati voi. Si parla di crisi e di gente che non arriva a fine mese, ma se chi non arriva a fine mese non ci arrivasse per sfamare sé stesso e la sua famiglia ci sarebbe già stata una rivoluzione (voglio sperarlo, posso?) molti che non arrivano a fine mese, purtroppo va detto, è anche gente che non ha ancora capito che non stare al passo coi tempi in bellissime e fighissime cazzate non è un motivo di vergogna. Ma chissenefrega vero? I problemi sono altri. Come disse qualcuno quest’estate: “Spendete, spendete e spendete che va tutto bene” e se non potete fate segnare come i pigri al bar, che poi si ritrovano sempre un caffè o una birra che non ricordano di aver bevuto ma che la devi pagare lo stesso, perché se sei povero c’è il finanziamento a tasso zero e le piccolissime rate mensili, ma se sei povero dentro non c’è prestito che ti salva. E diventare poveri anche dentro diventa al giorno d’oggi fin troppo facile.
martedì 15 settembre 2009
Yoga

...Bloccando le proprie membra, se ne diviene consapevoli e, soprattutto, si diviene padroni dei propri movimenti, che non dipendono più dall'inconscio, ma dal sistema nervoso volontario. E nel far questo, si pongono sotto il proprio controllo spazi psichici sempre più vasti, domando sempre più la mente...
Agrigento Milano sola andata
La signora di fronte a me si sveglia, prende un fagotto con dentro un pezzo di pastiera napoletana, mi sorride e me ne offre un pezzo, accetto volentieri, divoro e butto giù "murando a secco" come si dice da noi a Firenze! La signora parla un siciliano molto stretto, capisco poco, quando non capisco le sorrido come un ebete, un po' come quando telefona la zia Concetta, solo che al telefono è più difficile perchè manca la mimica e quindi mi viene fuori quel misto fra una risatina e un "ehhh" che equivale a "non ho capito un accidenti ma va bene lo stesso". Mi racconta di suo figlio, "... e' andato al nord per cercare lavoro, adesso ha un bell'impiego" è stanca, ma sorride soddisfatta, mi chiede se ne voglio ancora ma sono sazia! L'espresso fa poche fermate, dopo Firenze si ferma a Bologna e poi direttamente a Milano. Il marito della signora è contento perchè siamo quasi arrivati. Loro sono quasi 24 ore che sono in viaggio. Guardo fuori dal finestrino, paesaggio montano: stiamo attraversando gli appennini, siamo fra la Toscana e l'Emilia. Il treno comincia a rallentare. Ci fermiamo in una stazioncina locale che non mi ricordo nemmeno il nome. Il tempo passa e intanto un bel po' di eurostar truccati da "frecciarossa" passano lasciandoci in balia dei monti. Insomma, si scende per sgranchirsi un po' e questo è un brutto segno, si discute su quali potrebbero essere "gli imprevisti tecnici" e... dopo un' abbondante ora di sosta, ovviamente senza sapere nemmeno il motivo, si riparte. Il viaggio scorre veloce e intanto penso che l'italia mi fa veramente schifo perchè il servizio decente ce l'ha solo chi paga TANTO.
Milano ci accoglie dentro la bellissima stazione dall'inconfondibile ed unico stile "Liberty e Art Deco". Scendo dal mio trenino "unico nel suo genere" e mi accorgo che siamo vicino al binario riservato alla "frecciarossa" ( che poi ripeto, la frecciarossa non esiste, sono eurostar che da verdi li hanno fatti rossi e li spingono a trecento all'ora...tanto agli italiani basta il nome). Ecco in quel momento ho provato disgusto, è brutto vedere così da vicino un dislivello così enorme. Meno male che "qualcuno" al governo si vanta di essere la settima potenza del mondo.
Dalla parte del "trenino unico nel suo genere", il mio: scatole di cartone e borse rattoppate, persone stanche, con indosso abiti modesti ed extracomunitari con enormi borse sulle spalle.
Lato frecciarossa, "velini" e "veline" scendono freschi come rose, trascinano i loro trolley, atteggiandosi in pose studiate quasi come fossero in "passerella" a sfilare. Come sono patetici e tutti uguali. Resto alcuni secondi a guardare e poi proseguo per la mia strada. Esco dalla stazione, cammino nella nebbia lasciandomi la stazione alle spalle. Forse penso troppo se pensassi meno vivrei senz'altro meglio!
il MONDO è paese!
Ma perchè le persone sono tutte uguali? Globalizzazione! Mi spaventa questa cosa, è inquietante. Lasciamo perdere l'aspetto esteriore la moda è moda e tutti bene o male ne siamo influenzati. Ma il cervello? Insomma quello mica si compra un tanto al kg come la mortadella al negozio di alimentari. Ognuno dovrebbe avere una propria capacità di ragionamento. Purtroppo non è così perchè non solo tutti fanno le stesse cose, ma sono anche convinti di essere originali e diversi da tutti gli altri. Non è la prima volta che mi ritrovo davanti persone che prendono per il culo chi frequenta posti da vetrina con il cocktail in mano e che poi inevitabilmente escono per poi andare in un locale...anzi fuori dal locale a gruppi di massimo tre persone con in mano il loro "bicchierino" a parlare... anzi a criticare il gruppetto accanto! Ma si può??? Certo che si può: anche perchè oggi giorno si socializza su "feisbuk". Il social network più famoso del mondo: quella cosa che ti permette di ritrovare gente che avevi pensato bene di mandare in culo parecchi anni fa ma che oggi desideri taaaaanto ritrovare per appiccicare la "fotina" fra i tuoi contatti. Bella messa li tanto per far numero. Anche perchè il "ritrovare" certe persone si limita in un "ti ricordi di me". Magari una cena o un caffè e poi ognuno a casa sua perchè "il mio l'ho fatto", il protocollo "feisbuk" è stato rispettato. A me personalmente non me ne frega un cazzo di ritrovare persone che non vedo più. Se durante il mio cammino ho deciso di perdere le tracce di certi individui, un motivo c'era! Dicono che i nati sotto il segno dell'acquario sono proiettati verso il futuro. Forse è per quello che "feisbuk" mi sta altamente sulle palle. E' poi è così fottutamente uguale: Le milioni di persone iscritte, si comportano tutte alla stessa maniera. Che noia! Quanto sono "out" e poco originali. E pensare che si credono alternativi. Mi fanno pena! E pensare che quattro o cinque anni fa, quando scrivevo sui vari forum discussione e mi iscrissi su myspace tanti me ne dissero di tutti i colori! E pensare che quei tanti, oggi sono a scrivere cazzate collezionando " fotine" di personaggi ormai obsoleti perduti nel tempo che fu! Scusate, ma tutto questo mi disgusta: buona parte della gente sono paragonabili ad un gregge di pecore. Basta che una prenda una direzione e via...tutto il gregge si muove in quel senso. Mi domando cosa sia quella benedetta cosa che ad un certo bel momento direzioni le persone in un unico senso. Certo, basta vedere l'abbigliamento. Se per caso in questo periodo un "cristo" avesse voglia di un paio di jeans leggermente a campana son dolori visto che sono tutti rigorosamente stretti alla caviglia. Vabbè, voglio essere buona, diciamo che le persone vanno in unico senso perchè il mondo così com'e' adesso non ti propone alternative. Hummmmm...però...se non ci sono alternative...la cosa è più grave di quello che sembra. Diabolico e geniale: far vedere solo determinate cose facendo sparire tutto il resto. Ma com'e' possibile? semplice, basta avere il controllo sull'informazione. E se poi...solo una persona possiede TUTTI i canali d'informazione...è ancora più facile. Che tristezza. Quanto vorrei che il mio più grande problema fosse quello di cosa mettermi domani o di dove andare il prossimo fine settimana oppure di come poter pagare a fine mese la rata del SUV del mega ultimo modello di televisore lcd, delle vacanze, del telefonino che ti fa pure l'espresso...ah già, ma per queste cose non c'e' più problema! Esistono delle finanziarie che ti fanno un bel finanziamento per poter pagare tutti quei bollettini! Geniale non trovate? Un bel rimedio alla tanto temuta "crisi". Sante finanziarie. Se non ci foste voi a salvare noi povera gente vittime di questi "oggetti" diventati indispensabili per poter affrontare la vita quotidiana!
Tutto questo, mi fa pensare ad un nuovo "motto": essere stupidi ti salva la vita!
