venerdì 18 settembre 2009

Il Marcovaldo del terzo millennio

Vorrei utilizzare questo mio spazio, per pubblicare un racconto che ha scritto un mio caro amico. Una persona che a mio avviso scrive veramente bene: la nostra amicizia è nata grazie all'web. Tutte le lettere che quotidianamente ci scambiavamo, sono paragonabili ad un diario, le nostre eperienze, i nostri racconti, le nostre idee, la nostra vita, insomma, se lui avesse qualche conoscenza giusta, non avrebbero esitato a pubblicare quel materiale. E' sempre un piacere per me leggere le sue storie perchè lui riesce a trasformare le parole in immagini. Questo ragazzo abita nella provincia di Piacenza, "una bella valle ingrata" come ama definirla lui.
A voi il racconto:


ILA MARCOVALDO DEL TERZO MILLENNIO


Quando facevo le scuole medie (si parla già, ahimè, di seconda metà degli anni ’80) nelle ore di lettere era compresa, solitamente di sabato, la cosiddetta “ora di narrativa” dove tutti si comprava lo stesso libro e la prof ce lo leggeva e così capitava che il libro ti prendesse così tanto da andare avanti da solo a leggere. Alle medie mi capitò con due libri su tre, e il primo fu Marcovaldo di Italo Calvino e capì da lì che amavo leggere anche i libri oltre che i fumetti.Le novelle contenute in quel libro erano semplici ma, come per Pinocchio, se lo si legge a 11 anni si capisce una cosa, se lo si rilegge a 30 se ne capisce un’altra: la vera faccia che, ovvio, un bambino mica può capire. Ma chi era Marcovaldo? Era un emigrante arrivato nella “Grande Città” che non menzionano mai: può essere Milano ma molto probabilmente era Torino durante il cosiddetto “Boom econimico” (il libro è del 1963), fa il manovale presso una ditta di fantasia, ha sei figli tutti tra l’età prescolare e quella scolare (nessun lavoratore oltre lui in casa), una moglie casalinga e non riesce mai a mettere via un soldo. Da quel che si capisce nel libro Marcovaldo non ha vita sociale: niente amici, non stringe oltremodo coi colleghi, è un’ingenuo che cerca sempre sprazzi di natura tra lo smog e il cemento scoprendosi ogni volta deluso dal lato ostile e artificioso della poca natura della Metropoli, totalmente dissimile dalla visione genuina e fin troppo bucolica che ha di quest’ultima nella sua mente. Marcovaldo nonostante il periodo cosiddetto di “Boom” è perennemente al verde: otto bocche da sfamare, l’affitto e le bollette non gli lasciano nemmeno il sogno di levarsi uno sfizio, si muove in motorino o coi mezzi pubblici ed è in una casa popolare, arredata con mobilia sgangherata e dove dormono tutti nella stessa stanza. In una delle novelle Marcovaldo porta la famiglia al Supermarket e sul più bello ognuno di loro prende un carrello e se lo riempie di roba, così: tanto da provare il piacere di scegliere il prodotto migliore, di fare insomma come gli altri clienti col problema, però, che loro la merce se la potevano solo portare appresso dato che poi, al momento di pagare, non avrebbero potuto acquistare niente.Al giorno d’oggi esiste ancora un Marcovaldo? La risposta è sì, ma se prima il triste eroe di Calvino si riduceva a zero la paga per beni primari come la spesa, la scuola dei figli e l’affitto arrivando anche ai debiti ora la situazione è diversa. Anzi: diversamente uguale. Il moderno Marcovaldo vive sì in affitto o piegato da un Mutuo ma non figlia più a raffica e ha una moglie che lavora, potrebbe star meglio del suo predecessore nato dalla mente di Calvino ma non lo fa. A differenza del personaggio del libro che non veniva nemmeno colpito minimamente dalle reclame e dai dettami del consumismo l’attuale Marcovaldo c’è dentro fino al collo ed ha imparato la più triste e becera regola del mercato capitalista: mai, dico MAI, farsi vedere meno abbienti rispetto ai colleghi, ai vicini, agli amici del bar; insomma a quelli che tutto sommato sono sulla tua stessa barca.Anche il Marcovaldo di oggi ha poco in banca e alla prima emergenza seria si ritrova in un mare di merda, ma tutto perché non vuole più stare indietro con niente. Nella sua casa non mancheranno un TV LCD nuovo di pacca con abbomanento a SKY perché la partita la guardo a casa, che al bar c’è pieno di albenesi, un computer sempre aggiornato, la playstation 3 e altre stronzate Hi-tech compensate magari da un frigorifero che perde colpi e una lavatrice che c’è da aver paura a metterci dentro i panni, ma vuoi mettere la differenza? La sua macchina? Un tripudio di Optionals e cambiali di conseguenza, ovviamente di classe e cilindrata superiore di quella che può realmente permettersi e al primo guasto serio si sfiora il misticismo: nel senso che non ti resta che pregare Dio o un suo subalterno in aureola. Il nuovo Marcovaldo al Supermarket (come una delle novelle) non fà finta di fare la spesa ma la fà eccome, sputtanando quattrini in sughi pronti e cibi precotti che sono un danno al corpo e al portafogli, quando anche i bambini sanno che a farsi un sugo a casa di quelli semplici basta una bottiglia di passata al pomodoro, un minimo (ma minimo) di fantasia e 15 minuti, mica meza giornata. E così se il Marcovaldo del 1963 si ritrovava al verde per l’affitto, le bollette (nonostante luce, acqua e gas usati col massimo della parsimonia) e per le troppe bocche da sfamare quello nuovo, oltre l’affitto, si ritrova subissatto delle “piccole e comode rate” di cui si è riempito la vita per non stare indietro, per far le ferie più fighe rispetto al vicino di casa e per il nuovo videofonino con la fotocamera da 5 megapixel. Le bollette esose poi non sono solo da ricondursi a enti sempre più ladri, ma anche a luci lasciate sempre accese e 100 elettrodomestici in moto, alle caldaie a palla perché mettere un maglione in più in casa o la termica a letto fa troppo Fantozzi. Ora mi viene in mente quella cosa che girava in rete, avete presente? “Noi che…” quella roba nostalgica da cui hanno pure fatto un libro (bravo Carlo Conti: come fare altra grana sfruttando l’idea di un’altra persona) che ti fa ricordare la tua infanzia, tipo: “noi che mettevamo i panni smessi da cugini o fratelli maggiori ma non eravamo Vintage” oppure “noi che i film di Edwige Fenech li vedavamo in prima serata ma non siamo diventati maniaci” eccetera? Beh a mio avviso i moderni Marcovaldo sono stati bambini come me, sono anche loro quelli che possono giocare a “Noi che…” con la piccola, ma nemmeno tanto, differenza che loro forse si vergognano di essere stati bambini vestiti con panni smessi, il vestitino per la Messa comprato alla Upim (e pure abbondantino che poi cresci), senza cose griffate fino minimo ai 16 anni e di avere avuto genitori che hanno tentato invano di far loro imparare un minimo di economia, di quelle giusto da sopravvivenza. Se poi ci unisci un pizzico di lobotomia da spot pubblicitario, del concetto dannatamente “anni 80” dell’immagine sempre vincente e al passo coi tempi il gioco è fatto. Cari novelli Marcovaldo, dal vostro poetico predecessore di carta avreste molto da imparare, perché in fondo le cose (specie sul lavoro) non sono cambiate granchè. Siamo cambiati noi, siete cambiati voi. Si parla di crisi e di gente che non arriva a fine mese, ma se chi non arriva a fine mese non ci arrivasse per sfamare sé stesso e la sua famiglia ci sarebbe già stata una rivoluzione (voglio sperarlo, posso?) molti che non arrivano a fine mese, purtroppo va detto, è anche gente che non ha ancora capito che non stare al passo coi tempi in bellissime e fighissime cazzate non è un motivo di vergogna. Ma chissenefrega vero? I problemi sono altri. Come disse qualcuno quest’estate: “Spendete, spendete e spendete che va tutto bene” e se non potete fate segnare come i pigri al bar, che poi si ritrovano sempre un caffè o una birra che non ricordano di aver bevuto ma che la devi pagare lo stesso, perché se sei povero c’è il finanziamento a tasso zero e le piccolissime rate mensili, ma se sei povero dentro non c’è prestito che ti salva. E diventare poveri anche dentro diventa al giorno d’oggi fin troppo facile.

2 commenti:

  1. Che posso dire.....
    Bellissime parole!
    Fortunatamente non mi riconosco molto nel nuovo Marcovaldo (per fortuna!) ma la reatlà che racconti purtroppo è vera!
    Bellissime parole, bellissima lettura!
    Bravo Fore!!!!!

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  2. Il "Fore" è un talento! "Nella bella valle ingrata" C'è un talento della narrativa contemporanea. Diffondiamo voce!

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